Una schiera di mezze calzette ha occupato i Palazzi dove si decidono i nostri destini

Si stava meglio quando si stava peggio? La Prima Repubblica era meglio della Seconda? E i suoi personaggi politici di spicco erano migliori di quelli attuali? Certo è che il paragone risulta impietoso. Fino al 1992 i politici italiani erano animati da idee e ideali. Giusti o sbagliati che fossero. Buona parte, certo, pensava soltanto ad arricchirsi, spingendo per creare centri di spesa che alimentassero le proprie clientele locali e gonfiando in tal modo il debito pubblico. Ma nonostante questo, o anche in virtù di questo, l’Italia aveva raggiunto un livello di vita sopra la media europea e una potenza economica che ci collocava al quinto posto nel mondo. Gli scontri in Parlamento e nelle piazze erano accesi. L’estremismo politico e il terrorismo avevano riempito le strade di centinaia di morti e di migliaia di feriti. Le culture politiche predominanti, quella cattolica e comunista, con la loro pretesa di riportare tutto ad un assoluto, avevano creato un clima di odio e di risentimento che non potevano essere senza conseguenze. Quel clima è per fortuna morto e dissolto e nessuno certo lo rimpiange. Ma quantomeno a contrassegnarlo c’erano uomini. Quelli di oggi invece sono mezze calzette, burocrati e politici di secondo ordine, generalmente molto squallidi. Il panorama è semplicemente desolante. Un Renzi, tanto per dirne una, nella Prima Repubblica al massimo avrebbe fatto il portaborse mentre oggi guida il Partito Democratico e il governo e tratta con i potenti della terra. Dal basso in alto ovviamente visto che l’Italia dal punto di vista internazionale non conta più nulla. E non c’è bisogno della macchietta che ne ha fatto Crozza per rendersene conto. Un Renzi, che è un ex democristiano di sinistra (!), un cattolico, un ex boy scout, che è arrivato a guidare un PD che lui stesso ha portato dentro l’Internazionale Socialista. Questa Internazionale che non è più quella di un tempo avendo perso i partiti socialisti la loro identità più autentica. Dopo aver rinunciato, in nome del Fabianesimo (gli inglesi), dopo i congressi di Epinay (i francesi) e di Bad Godesberg (i tedeschi ), a mutare i rapporti sociali ed avere accettato di limitare gli effetti e gli orrori-errori del capitalismo più acceso, i partito socialisti si accontentano ora di amministrare l’esistente, cercando semmai di mostrarsi e di essere più liberisti dei conservatori e dei liberali. O dei democristiani moderati. Tipo il PD, che rappresenta il compimento dell’idea “atlantica” di Prodi del sistema del “bipartitismo perfetto”. Nel quale moderati e progressisti si alternano al potere e non mettono minimamente in discussione i rapporti economici predominanti, italiani ed internazionali. E quelli di classe. Una novità che è stata aiutata dalla caduta del comunismo, dalla trasformazione del vecchio PCI in un partito socialdemocratico e liberista, dallo smantellamento dell’industria di Stato e dalla sua svendita al capitale estero. Chi meglio del PCI-PDS-DS ora PD poteva gestire il nuovo corso, mettendo la briglia stretta al sindacato? Oggi peraltro, con la paura sia degli effetti dirompenti della crisi sia della bancarotta dei conti pubblici, i dipendenti in tutta Italia hanno abbassato di molto il livello delle proprie rivendicazioni salariali. Una Fiom-Cgil che finisce in minoranza alla Fiat ne è il più chiaro esempio. Con Landini e Camusso che più che strillare non sanno fare e con la Uil e la Cisl senza più confindustriali e filo-Fiat, per Renzi la strada verso il Libero Mercato è bella e assicurata. Alla sua sinistra c’è praticamente il vuoto. I vecchi militanti di sinistra sono di fatto morti o invecchiati male (quelli dell’ex PCI) o disillusi e racchiusi nel proprio particulare (la vecchia sinistra extraparlamentare). Sempre che non siano tutti convertiti al liberismo come peraltro dimostra l’afflusso massiccio degli ex bersaniani (il 60% del PD) nelle file renziane. Renzi, grazie anche alla legge elettorale che liquida le opposizioni (ma ci sono ancora?) ha occupato così sia la sinistra che il centro e sta incamerando pure i consensi della destra politica, non quella partitica ma quella che è espressione dell’Italia profonda, che vede in lui (finalmente!) quello che compirà la “rivoluzione liberale” promessa da Berlusconi. Il Cavaliere da parte sua è politicamente finito. Farà 79 anni in autunno, non è più credibile né affidabile. Il blocco sociale che si era creato intorno a lui (partite Iva e piccole imprese) si è praticamente dissolto. I suoi ex fidi lo stanno abbandonando sperando che un altro gruppo politico (il PD) possa salvarli e prenderseli in carico (vedi l’ex poeta ex comunista Sandro Bondi) o che una neo formazione locale (vedi Fitto in Puglia) possa offrirgli qualche chanche futura. Con Berlusconi politicamente defunto si crea uno spazio enorme sulla sua destra che però è privo di un leader serio e credibile che non può trovarsi tra i vari Fini, Meloni e Casini che senza Berlusconi starebbero ancora a distribuire volantini nelle strade. Resta così il vuoto di una politica che non sa cosa fare e cosa dire perché ha perso le ragioni stesse del suo esistere. Mentre i cittadini, privi di riferimenti, disertano in massa le urne. E il Paese muore silenziosamente.

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