Per una volta i sondaggi pre-primo-turno delle presidenziali francesi hanno colto nel segno: Macron e Le Pen appaiati, anzi con il Renzi francese in vantaggio di un paio di punti. Scampato pericolo per l’Unione Europea? Se al secondo turno si votasse con i rituali parametri di fascismo/antifascismo e comunismo/anticomunismo, certamente sì. Senonché, sembra che non solo l’elettorato francese, ma anche alcuni suoi esponenti politici comincino a diventare adulti, a ragionare con la loro testa e a comprendere che nel 2017 non si può ragionare ancora come nel 1937, l’anno del Front Populaire e del Front de la Liberté. E non solo fascismo e comunismo non ci sono più, ma gli stessi concetti di Destra e Sinistra cominciano a mostrare la corda. D’altro canto, sono piuttosto vecchiotti anche loro: Droite e Gauche risalgono al 1789, e francamente oggi appaiono superati, con gli operai che votano a destra e con i banchieri che dettano la loro agenda alla sinistra. Ma lasciamo stare le teorizzazioni politologiche e torniamo alle elezioni presidenziali francesi. Elezioni che – è questa l’esatta chiave di lettura – non hanno dato un risultato di metà e metà, ma un esito ben più frastagliato. In testa Macron e Le Pen (rispettivamente al 24 e al 22%), ma subito dopo due candidati che hanno sfiorato il 20%: il post-gollista François Fillon e il candidato della sinistra (quasi) autentica Jean-Luc Mélenchon. Dunque, complessivamente un 85% dell’elettorato che si divide non in due, ma in quattro. Il restante 15% se lo spartiscono quasi per intero due candidati minori: il socialista Benoît Hamon (6%) e il gollista dissidente Nicolas Dupont-Aignan (5%). In previsione del secondo turno, i candidati esclusi si sono schierati così: il gollista ortodosso Fillon e il socialista Hamon per Macron; il gollista dissidente Dupont-Aignan per la Le Pen; il candidato della sinistra Mélenchon non si è schierato. Come si vede, se gli elettori del primo turno tornassero questa domenica 7 maggio a votare tutti e obbedissero alle indicazioni dei loro referenti, Macron toccherebbe a mala pena il 50%. Ma non è tutto così semplice: perché, come in passato, anche stavolta numerosi elettori privi dei rispettivi candidati di bandiera non torneranno alle urne; e perché forse più numerosi saranno quelli che non obbediranno agli ordini di scuderia. Il secondo turno – in altri termini – non vedrà un rituale confronto fra un candidato centrista e una candidata destrista, ma uno scontro fra un candidato dell’Unione Europea e delle banche e una candidata che si batte «au nom du peuple français» e si appella «à tous les patriotes de droite ou de gauche», a tutti i patrioti di destra o di sinistra. Il secondo tempo di questa storica tornata elettorale è ancora da scoprire. Tutto dipenderà dal comportamento di due larghe fette di elettorato: quella gaulliste e quella gauchiste. Quanti gollisti obbediranno all’ortodosso Fillon, e quanti seguiranno il dissidente Dupont-Aignan, che è già stato designato Primo Ministro se Marine diventerà Presidente della Repubblica? Quanti elettori di sinistra si asterranno, e quanti voteranno Le Pen in odio a Macron, alla Banca Rothschild (sua ex datrice di lavoro) e alla dittatura tedesca dell’€uro? In fondo, queste non sono elezioni “normali”. Sono un referendum, pro o contro l’Unione Europea, pro o contro la sua assurda politica di globalizzazione economica e di immigrazionismo suicida. E i francesi – anche se nessuno sembra ricordarsene – hanno già votato in un referendum pro o contro l’UE. Correva l’anno 2005, ben prima dello sfacelo prodotto dagli ultimi anni di malgoverno cosiddetto europeo: la disoccupazione non aveva ancora superato i livelli di guardia, l’immigrazione sembrava ancora controllabile, il massacro sociale non aveva ancora toccato le vette di oggi. Eppure, già allora i francesi – chiamati alle urne per approvare il trattato che istituiva una Costituzione Europea – votarono nettamente contro: 55 a 45. E ancora, lo ripeto, non c’era lo sfascio di oggi. Dopo il voto francese – ricordo agli immemori – i referendum programmati in altri paesi europei furono precipitosamente annullati, e una simil-Costituzione venne approvata semiclandestinamente fra i pochi intimi della nomenclatura eurocratica (trattato di Lisbona del 2007).

Adesso, nel 2017, come voteranno i francesi? Nessuno può dirlo. Ma non credo che sull’Europa abbiano cambiato opinione.

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