Recep Tayyip Erdoğan, il presidente turco, è sempre stato fautore di uno Stato laico-teocratico e al tempo stesso cultore di un ritorno all’unità imperiale pan-ottomana, comprendente anche la rivendicazione di parte dei Balcani o del Maghreb africano. Non a caso, nell’Europa sudorientale ha svolto una politica di solidarietà e sostegno delle milizie islamiche in Bosnia, al Sangiaccato di Novi Pazar e agli albanesi kossovari nei conflitti armati contro la Serbia e in Libia ha armato le milizie terroristiche anti-Gheddafi. Vicino alla Fratellanza Musulmana, fieramente ostile agli sciiti, e “protettore” delle milizie turche anti-Assad – dal cosiddetto “esercito libero siriano” alla “qaidista” al-Nusra e quindi di converso all’Isis – è noto per aver dichiarato: “i minareti sono nostri baionette, le cupole le nostre cuffie / le moschee sono le nostre caserme, i credenti I nostri soldati / questa armata divina guardia mia religione / allahou akbar, allahou akbar!”, citando un poëme di Elena Gökalp. Per “incitamento all’odio religioso” è stato imprigionato nel 1998. Uscito dal carcere ha fondato l’AKP, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (sic) ottenendo addirittura lo status di “osservatore” presso il partito popolare europeo, gruppo conservatore democratico cristiano… Con l’evidente intento di porsi come interlocutore-cavallo-di-Troia per un’adesione alla cosiddetta Unione Europea.

Un programma in perfetta sintonia con quello delle sette di assassini che operano in Siria.

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